Montechiarugolo, architettura e identità

Non solo un catalogo di strade, case e fabbricati.

Il più alto grado di presenza è l’assenza.

[Walter Benjamin]

Non uomini, non animali ma case, piante, fiori, erbacce, muri, insegne, macchine, strade e giardini, fabbriche, scuole, municipi, campanili, orologi e ancora tende, scritte sui muri, pietre antiche, vetuste e nuove; ruderi ed edifici abitati che soltanto dal cancello d’ingresso, dall’infilata di strade, dallo sguardo di sbieco ci dicono che qualcosa e qualcuno qui è stato ed è ancora presente, vive, respira, pensa e sogna, fa progetti, impreca. Porte che hanno la sfrontatezza di proporsi a opera d’arte, colori smunti e insegne ironiche con promesse di cibi freschi di mare in una contrada tutta terrestre e carnivora per tradizione.

In questi paesaggi e scorci vuoti dove l’uomo non sembra più vivere, quasi fossimo in una Pompei moderna, Andrea Pirisi trova la sua cifra nel raccontarci gli abitati di Montechiarugolo. In un gioco continuo con le ombre e la luce, in un sottile registro linguistico luminoso e a tratti opaco, sempre con rispetto di tutte le immagini che cattura, sempre con la discrezione di chi vuole mantenersi fuori e insieme entrare nel respiro di queste contrade. E delle anime che lo abitano. Raccontandoci la stratificazione del tessuto urbano: dalla campagna alla fabbrica, dal vecchio/antico al moderno, anche sfacciatamente moderno, quasi essenziale. Non dimenticando l’anarchia dei giardini, delle malerbe, dei fiori e dei fili che legano le case, attraversano le strade, deturpano anche la trasparenza del paesaggio.

Ma in questo modo, Andrea, oltre a ripercorrere in modo del tutto originale la tradizione di una certa fotografia di un Basilico o di un Ghirri (solo per citare due nomi perché il suo zaino di letture delle fotografie di altri grandi e piccoli fotografi è ricco) ci racconta che per comprendere il presente occorre compiere con lo sguardo un viaggio nel passato, in quel che resta di questo lontano passato, anche se incrocia frammenti di edifici fascisti; proponendolo al visitatore e al cittadino con la discrezione e la passione della distanza. In queste fotografie, l’urbe ci appare sempre identica a sé, per chi la vede oggi e non ha una lunga memoria e insieme ci dice di un passato irrimediabilmente (e nel caso delle immagini della dittatura, fortunatamente) perduto. E se si sta attenti, qui in queste immagini si può persino evocare il futuro: la campagna abbandonata, la fabbrica silente, il vuoto di alcune case. Ma proprio qui, Andrea Pirisi accende una luce di speranza e questa si colloca nel modo di proporci le immagini. Esse sono pur vive, perché tutto parla, tutto si dice qualcosa e ci dice; come nelle poesie dove i suoni contano di più del significato dei nomi e delle parole. E noi che non conosciamo niente di Montechiarugolo, delle sue contrade, della sua storia siamo comunque spinti a un viaggio, spinti ad adottare lo sguardo del bambino che non siamo più (quasi alcuni fossi, muri, porte, case, la scuola, la chiesa e altro ancora ci fossero già noti, anche se abbiamo abitato altrove); e insieme dello straniero che si avvicina a questi luoghi con la curiosità di capire che cosa essi nascondano: se fate o demoni; se reperti di insensate feste popolari o di lunghe novene religiose; se un’opera d’arte di infinita bellezza o un piatto che mai potremo dimenticare per il sapore che ci ha regalato. Così Andrea Pirisi non ci consegna un catalogo dell’esistente ma, soprattutto l’anima silente di questo luogo che mai a leggerlo sulla carta geografica ci avrebbe suggerito questi pensieri.

Frediano Sessi

Mantova, 4 maggio 2016